Zeman: «Italia in crisi. Ora bisogna reagire»
Il tecnico della Roma: «Il calcio è un gioco collettivo ma col tempo è diventato molto individuale, si pensa prima alle cose proprie che ai bisogni della squadra»
ROMA - «Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica? Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare. E poi bisognerebbe trovare persone che non dicono 'vorrei ma non posso', ma che invece dicono 'io voglio e lo faccio'». A tutto campo, fuori dagli schemi. Zdenek Zeman sostituisce per un pomeriggio il campo di Trigoria col Teatro Palladium per confrontarsi col maestro e premio Oscar, Nicola Piovani, sul tema "Oltre l'ego - L'etica della moltitudine: dalla squadra all'orchestra". All'interno della terza edizione del 'Festival dell'intelligenza collettiva', il tecnico giallorosso ha affrontato i temi più disparati: dalla crisi dell'Italia («la situazione è drammatica ma tanta gente non se ne rende conto, non si interessa. Spero che si muoverà quando se ne renderà conto. Serve agire, non dire 'non posso'. Ai giovani dico: svegliatevi, andiamo avanti!») al suo rapporto con la tecnologia («già il telefono lo uso poco, a me piacciono i contatti diretti, quando parlo con qualcuno devo guardarlo negli occhi, studiarlo, se ho qualcosa da dire preferisco farlo di persona. Però ho la macchina elettrica visto quanto inquino con il fumo»).
Zeman si è soffermato anche sul tema della leadership spiegando che «come allenatore ho la responsabilità per quello che si fa in campo ma anche fuori, per questo cerco di conquistarmi il ruolo di leader, per farmi seguire. Si dice che io incuta timore, ma per imporsi non ci sono spartiti precisi, bisogna cercare di farsi seguire, col buon esempio, attraverso il comportamento personale». «Il calcio è un gioco collettivo ma col tempo è diventato molto individuale, si pensa prima alle cose proprie che ai bisogni della squadra - ha quindi aggiunto, ricordando un po' le parole con cui aveva strigliato i suoi giocatori De Rossi e Osvaldo - Noi dobbiamo raggiungere risultati numerici, ma anche ludici perchè dobbiamo divertire la gente che viene a vederci». Parlando poi dei giocatori che un tecnico vorrebbe allenare, il boemo ha ammesso che «è normale si vorrebbero sempre ragazzi bravi, belli, forti, ma non sempre ci si riesce. Ma a me piace lavorare più con quelli con cui c'è da fare, da discutere». «Con questi si comincia con le buone, poi si finisce con le cattive, magari con qualche esclusione dalla squadra - ha ammesso - ma a me piace la gente che bisogna motivare, cui bisogna insegnare qualcosa». E che non si addormenta sugli allori. «Se conta più il talento o l'allenamento nel calcio? Il talento conta tantissimo, è più facile, si è avvantaggiati, ma anche senza si riesce ad andare avanti - ha spiegato - Chi tratta meglio il pallone si chiama artista, ma non è detto che 11 artisti battano 11 artigiani. Bisogna formare una miscela tra queste due categorie». «E poi chi ha talento non deve accontentarsi, adagiarsi su quello che gli ha dato madre natura, ma lavorare ogni giorno per migliorarsi. Il calcio è un gioco collettivo, di squadra, e i più bravi devono essere in grado anche di aiutare quelli meno bravi».
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